Il mare è sempre stato e rimane un mistero tanto attraente quanto impenetrabile, un mistero che per la maggior parte degli esseri umani ha un fascino ineffabile. Il mare attrae perché sconosciuto, misterioso, selvaggio, senza fine, per i mille segreti che evoca, del passato e del futuro, richiamando i sentimenti più profondi dell’anima.
Mentre lo contempliamo dalla riva ci dà un senso di pace, tranquillità e ripristina il nostro equilibrio interno e quello con l’Universo, portandoci una chiarezza mentale che migliora la nostra comprensione del mondo terrestre. La sua immensa grandezza ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte alla Natura, come una dose necessaria di umiltà per calmare le ondate di ego e vanità che ci affliggono.
L’attrattiva del mare è indiscutibile quanto il fatto che non tutti sentono la chiamata allo stesso modo. C’è una sottile distinzione tra coloro che preferiscono osservare dalla riva e coloro che, rispondendo al richiamo del loro intimo, sentono il bisogno di entrare nel regno delle onde, dei venti e degli uccelli d’alto mare. Tuttavia, entrambe queste posizioni sono interconnesse e tenute nello stesso abbraccio dell’oceano, quell’ abbraccio selvaggio e insopprimibile da cui è impossibile fuggire.
Chi sente il richiamo della navigazione, di solito ha l’impulso di attraversare un oceano, mentre chi rimane a terra ha bisogno di sapere cosa succede là fuori, cosa provano i marinai, cosa sperimentano, quale lampo di ispirazione hanno avuto, desiderosi di applicare alla loro vita quotidiana quanto appreso in mare.
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La vela d’altura risveglia lo spirito sognante e avventuroso delle persone che sentono il bisogno di spostare le cose nel luogo che meritano; seguono i cicli della notte e del giorno, per far sì che la meteorologia determini i loro compiti quotidiani, o per rivedere le stelle, lontano dalle luci brillanti delle città che lo rendono impossibile.
Alcune persone sentono persino il bisogno di entrare in questi mondi molto diversi, a volte ostili, da soli; molti di loro la considerano una sfida personale che li porta oltre i loro limiti in uno scenario incontrollabile. Come ha detto il partecipante alla Global Solo Challenge Kevin Le Poidevin: “le mie motivazioni sono la sensazione di autosufficienza, fiducia in me stesso e la necessità di mettermi alla prova in un ambiente in cui ho un’influenza limitata e persino meno controllo”.

Andando oltre, la vela in solitaria è per molti marinai un esercizio di introspezione e conoscenza con il loro sé più intimo, esplorando i propri confini cullati dalle onde e dal vento in oceano. Alcuni di coloro che si sono iscritti alla GSC, come Amaury de Jamblinne, hanno descritto questa idea come un’esplorazione dei loro limiti mentre cercavano momenti intimi di connessione con se stessi.
Ma se i le navigazioni d’altura suscitano passione, navigare oltre i Quaranta Ruggenti è un sogno per tutti coloro che hanno sentito il bisogno di controllare la Natura nel suo stato più selvaggio e scatenato; puoi leggerlo, guardare video, immaginare come sarebbe stato, ma nel profondo una voce sussurra che un giorno dovrai andare tu stesso a vedere quelle montagne d’acqua con creste di schiuma. Inoltrarsi dentro la paura, in uno stato di assoluta perdita di controllo e sottomissione alla Natura di fronte a quelle onde che fanno il giro del mondo dall’inizio dei tempi.

Pierre-Etienne Rault, un altro iscritto nella GSC, ha detto che intraprendere un progetto di questa portata significa “aprire una parentesi introspettiva, fare il punto su ciò che è stato costruito e vedere cosa resta da fare”. E questo è ciò che la discesa nel solo territorio degli albatros dovrebbe significare – vorrei poter parlare per esperienza – un momento di svolta nel modo in cui guardiamo al mondo.

Sfide veliche d’altura come la Global Solo Challenge e la Golden Globe Race portano questa esperienza di oceani aperti più vicino ai navigatori non professionisti. Jean Lui Van Den Heede (vincitore GGR 2018) lo ha sottolineato molto bene quando ha evidenziato il fatto che è possibile iscriversi con barche normali ed economiche, contrariamente a quanto accade in altre regate come il Vendée Globe. Per tutti coloro che sono interessati al misticismo della navigazione d’alto mare, questi tipi di competizioni rappresentano anche un’opportunità per partecipare virtualmente, analizzando i diversi elementi meteorologici, tracciando il percorso che ritengono più appropriato e confrontando le proprie decisioni con quelle prese dai partecipanti effettivi. Oltre a partecipare attivamente alla regata, questo modo di seguire significa anche essere coinvolti nella meteorologia della navigazione offshore.

Attraversare un oceano, o più oceani, è un richiamo dal selvaggio, dall’indomito, un richiamo che tutti abbiamo dentro ma a cui solo pochi coraggiosi osano rispondere ed andare in mare aperto. Chi osa conoscere meglio sé stesso e come reagirebbe in situazioni in cui non avrebbe mai voluto trovarsi forma anche un legame speciale con l’Universo testimoniando la magnificenza della Natura, soprattutto in quei momenti in cui, per citare il navigatore Marco Nannini, “la navigazione oceanica insegna, o meglio, non dà altra scelta che imparare la bella arte della pazienza e dell’attesa” non potendo fare altro che aspettare che la situazione migliori. Che tu stia seguendo da terra una regata come la GSC o osi issare le vele e lasciarti trasportare verso l’orizzonte, navigare nei mari e negli oceani è un sogno.