@Patrick Phelipon
Patrick Phelipon è stato il primo navigatore ad iscriversi “Full Entry” alla Global Solo Challange. Conosciuto come il più italiano dei navigatori francesi, è anche progettista e costruttore, insomma un professionista della nautica a 360°. Nel suo sito scrive che “è un sognatore e da bambino sognava l’oceano come la più bella storia che si potesse raccontare”.
Intervistando Patrick si capisce che, oltre alla sua gentilezza e pacatezza di carattere, brucia la fiamma della competizione. Quindi, non farà la GSC solo per partecipare e realizzare un sogno ma per competere e con determinazione puntare alla vittoria.
“A 70 anni, dopo 50 anni dal mio primo giro del mondo in equipaggio, farne uno in solitario sarebbe il coronamento della mia carriera “, racconta Phelipon che nel 1973-’74 aveva partecipato alla prima edizione della Whitbread Round the World Race a bordo del Pen Duick VI con Éric Tabarly.

Nella tua vita hai navigato l’equivalente in miglia nautiche di quattro giri del mondo. Cosa ti aspetti dal tuo quinto giro del mondo?
Avendo già fatto un giro del mondo in equipaggio mi manca questa esperienza in solitario. È un sogno che ho da tanto tempo, già da quando avevo navigato con Tabarly, ma non sempre è di facile realizzazione. Mi ero iscritto alla Golden Globe Race alla quale ho dovuto rinunciare per vari motivi. Poi ho pensato di ripercorrere la “Lunga Rotta” di Bernard Moitessier e stavo preparando il mio Endurance 35 quando ho saputo della GSC. Mi è subito piaciuto il formato e mi sono iscritto.
Questa volta ci sono tutte le premesse per arrivare sulla linea di partenza. L’entusiasmo per questa nuova impresa è dovuto anche dal ritrovare un ritmo di vita dettato dalla natura, senza volerlo alterare con regole tali da non lasciare spazio all’avventura.
Che esperienze della tua vita ti hanno fatto capire che la navigazione d’altura e in solitario era fatta per te?
È stata una passione che è cresciuta con me, non un colpo di fulmine. Non ricordo un episodio in particolare ma, da quando ero tornato con la mia famiglia dal Marocco, dove sono nato, a La Rochelle ho incominciato a fare vela. Ricordo, ad esempio, di aver partecipato ad una regata in solitario nella baia di La Rochelle a 17 anni su un ½ Tonner di 9 metri e di essermi piazzato bene. Poi ho partecipato a molte 500×2, in cui sei per metà della regata da solo, e ne ho vinte tre. Mi sono sempre trovato a mio agio in solitario, anche per il mio carattere indipendente e un po’ introverso.

A che navigatore del passato ti senti affine?
Nella mia vita ho sempre fatto le cose come le sentivo e non ho modelli a cui ispirarmi, ma un personaggio che ho conosciuto bene ed è un esempio per me è Éric Tabarly. Sicuramente sono più in sintonia con Tabarly rispetto a Moitessier. Con il primo condivido l’attenzione alla parte tecnica, Éric era interessato alla progettazione e innovazione nel mondo delle barche.
Quando abbiamo fatto il giro del mondo, Tabarly parlava poco, stava nel pozzetto e osservava molto le regolazioni per ottimizzare le andature. Anch’io quando navigo osservo il cielo, il mare e sfrutto al massimo le mie conoscenze per far correre la barca.
Non ho avuto e non avrò mai la sua forza fisica ma entrambi condividiamo una grande determinazione, che credo di aver dimostrato anche nella preparazione di questo progetto. Come per Tabarly, il mio obiettivo quando regato è vincere, non partecipare
Hai dichiarato di aver scelto la GSC anche perché organizzata da un italiano, che plus valore ci trovi?
Mi è subito piaciuto il formato della GSC perché è una regata dedicata ai navigatori normali che vogliono realizzare un sogno, non solo ad una élite della vela.
Credo che, con la sensibilità che caratterizza gli italiani, c’è maggiore probabilità che l’evento resti umano e sportivo piuttosto che esclusivamente mediatico. Inoltre, Marco Nannini, l’organizzatore è un grande navigatore e ha un approccio della regata vicino ai concorrenti.

Nella tua preparazione che percentuale è dedicata alla barca, alle esigenze dello skipper e alla navigazione?
Ho speso molta energia nella preparazione della barca e nello studio della regata come analisi del percorso e della meteo. Direi quindi un 70% alla barca, 20% alla navigazione e 10% per la cambusa e per prepararmi un po’ mentalmente.
Per la prima volta sto seguendo il refitting e la preparazione completa della barca nei minimi dettagli: ci lavoro tutti i giorni ed è fantastico. Sto creando un solido binomio con la mia barca. Forse mi mancherà un po’ di conoscenza in navigazione ma con il progettista Paolo Cori, mio caro amico, studiamo tutti gli aspetti della stabilità nel rispetto del regolamento di regata. Quindi non ci saranno sorprese. Ho riletto il libro di Tabarly e, anche noi, prima del giro del mondo avevamo navigato solo 2000 miglia a bordo del Pen Duick VI.
Che imbarcazione hai scelto per il tuo giro del mondo?
A gennaio 2021 mi ero iscritto con il mio Endurance 35 ma, in seguito al cambio del regolamento che prevedeva solo barche di serie, ho deciso di partecipare con l’altra mia barca che ho ribattezzato “Effraie 2” in omaggio alla prima barca che ho progettato. Questa barca ha una storia particolare perché, pur avendola venduta e aver avuto altri tre proprietari, è tornata sempre da me. Quindi, ho deciso che con lei era destino che facessi qualcosa di grande, la GSC.

Che messaggio vuoi trasmettere al pubblico?
Mi piacerebbe che la gente attraverso il mio progetto e la realizzazione del mio sogno capisse che se hai grinta e volontà puoi arrivare a fare delle cose meravigliose. La fortuna se l’aiuti ti aiuta; anche aiutando gli altri poi ci sarà chi ti aiuta. L’importante è credere in sé stessi e vedere sempre il lato positivo, il bicchiere mezzo pieno nelle cose che capitano.
Cosa hai previsto di portare nella cambusa? In tanti si chiedono come riuscite a vivere molti mesi in navigazione senza rifornimenti?
Innanzitutto, sto studiando il metodo di cottura. Sto provando un forno a microonde con una piastra in vetroceramica sopra. Con questo sistema posso prevedere una serie di buste di diversi piatti pronti che si cucinano al microonde per due o tre minuti. Il consumo di elettricità è importante ma limitato nel tempo, quindi con i vari sistemi di ricarica delle batterie (eolico, idrogeneratore, solare e motore) riuscirò a sopperire al consumo. Non mi piace molto il sistema dei liofilizzati che ti obbligano a bollire l’acqua e ad avere il gas a bordo.
Avrò di sicuro anche una pentola normale per preparare dei piatti classici come pasta e riso. Spero anche di pescare, amo il pesce e durante le traversate atlantiche a cui ho partecipato vincevo sempre le gare di pesca. Con la mia compagna Nicoletta prepariamo verdura e frutta essiccate che si possono reidratare o consumare come sono. Io non mangio di solito la carne e quindi continuerò a consumare dei legumi o latticini, finché ne avrò a disposizione. Porterò anche degli integratori di vitamine e minerali.
I tuoi cari ti daranno un oggetto che ti farà sentire la loro presenza?
Porterò un quadretto con un pezzo di una stoffa di Suor Teresa di Lisieux. Mia nonna l’aveva dato a mia mamma quando ero piccolo e molto malato, lei l’aveva messo sotto il cuscino ed ero guarito. A bordo metterò anche le foto dell’Effraie uno e un quaderno preparato da Nicoletta e da mia mamma che è mancata l’estate scorsa.

Cosa consiglieresti a qualcuno che volesse tentare un’avventura come la tua?
Gli consiglierei di capire innanzitutto per chi lo fa: se lo fa per lui può andare avanti, ma se lo fa per gli altri sarà difficile riuscirci. Una volta deciso cosa fare e come, bisogna partire a testa bassa e mettere anima e corpo nel proprio progetto.
Una persona così era Simone Bianchetti. Ho conosciuto Simone giovanissimo nei primi anni che ho vissuto in Italia, a Cervia. Io ero un idolo per lui e voleva sempre gareggiare con me, anche se spesso non riusciva ad eguagliarmi. Queste sconfitte lo spronavano a fare di più. In seguito, ha compiuto delle belle imprese, nonostante le modalità non sempre convenzionali del suo operato.
Auguro a chi lo desidera di coronare il sogno di compiere il giro del mondo a vela, nell’eterno confronto tra uomo e mare.