Primo allenamento GSC: Imperia – Cascais 2022

Ho iniziato il programma di allenamento a bordo di una barca da crociera bene equipaggiata, lungo una rotta di circa 1700 miglia tra Imperia e Cascais, a gennaio 2022. Pensavo che la scelta del periodo invernale avrebbe comportato una rotta estremamente tecnica e impegnativa. Una navigazione lungo tutto il Mediterraneo, attraversando il Golfo del Leone, lo Stretto di Gibilterra e poi su a risalire il Portogallo contro vento e corrente. Non è stato così!

Partito il 22 gennaio 2022. Mai mi sarei aspettato le condizioni estive che ho trovato, un’alta pressione soleggiata grande come l’oceano, l’Europa e l’Africa, unisce l’anticiclone siberiano con l’anticiclone atlantico. La mia rotta in mezzo, penso all’Ucraina e al futuro Presidente della Repubblica. Sento la radio con l’SSB: France Inter, BBC, Voice of America, peccato che l’Italia, di cui porto la bandiera, abbia chiuso le emittenti in onde corte e medie. L’Italia la riesco ad ascoltare non oltre Palma di Maiorca e poi Radio Vaticano in tutto il mondo.

Le prime 24 ore sono state impegnative: ho abbinato a questo allenamento un progetto di sensibilizzazione ambientale promosso dallo Yacht Club Imperia e Città di Imperia intitolato SailGreen. Come portabandiera dell’evento, mi ero proposto di realizzare con il tracciato satellitare Yellow Brick della mia rotta, la scritta simbolo del progetto, e quindi subito avanti di manovre acrobatiche e girotondi a comporre la scritta. Un esercizio di “bella calligrafia” il mio inedito obiettivo di partenza. Ci tenevo che le lettere fossero bene arrotondate, la scritta dritta e senza sbavature, riscatto forse di un’infanzia da mancino represso dal sistema che ha lottato per la sua sinistra, anche fingendo di usare la destra, quando la maestra veniva tra i banchi verso di me, per poi riprendere la sinistra quando allontanandosi mi volgeva le spalle.

Completato il lavoro davanti alla Costa Azzurra con una scritta lunga da Imperia a Saint Tropez, metto prua verso Gibilterra con le vele più grandi che ho. Sembra estate, ariette da gestire.

La prima cosa che faccio, passate le 12 miglia dalla costa, è andare a dormire. Non avevo fatto allenamento gestione del sonno prima di partire. Sapevo che all’inizio avrei sofferto e che in tre giorni mi sarei adattato. Sono tra il secondo e il terzo giorno e devo iniziare. C’è aria da code0 ma tengo randa e fiocco, la barca a 4 nodi su mare piatto. Intorno a me, nessuno al binocolo, radar, ais, telecamera. Mi metto a cuccia e avrei dormito all’infinito o a poco prima che una qualsiasi variazione di assetto si verificasse. Eccola, mezzora dopo! Ma fantastico, avevo iniziato la serie dei micro sonni. C’è aria, accelero a 7 nodi, meno male che c’è solo il fiocco, sempre nessuno all’orizzonte, mi rimetto a cuccia. Non dormo e penso alla cena.

Pentola a pressione e cambusa completa, grazie anche ai prodotti km zero del Frantoio Sant’Agata di Oneglia, degli orti circostanti e delle mie terre vercellesi. Granaglie,riso, patate, pasta, frutta e verdura indietro con la maturazione, qualche birra e poche bottiglie di vino, non tanto per berle, anche sì, ma piuttosto per scambiarle coi pescatori che potrei incontrare o anche solo per un occhio di riguardo da parte degli ormeggiatori che mi accoglieranno all’arrivo. Aglio, carote, cipolla e il soffritto è fatto! E le barrette energetiche? Anche quelle, tre, costano care e non mi piacciono, quindi faccio in modo di avere sempre qualcosa già pronto per ogni evenienza. Di solito cucino una volta al giorno, la mattina dopo colazione e stivo. Un secchiello di minestra, un sugo per la pasta e come barretta energetica: 6 uova, un litro di latte, miele, vaniglia, scorza di limone e tanto zucchero per il caramello, finiscono in frigo ben cotti e con la crosticina, per i momenti difficili.

Terza notte di veglia tranquilla, mantengo rotta e davanti a me il primo ostacolo, un buco di vento, mi ha tormentato per due giorni. Gli sono sempre rimasto al bordo senza caderci dentro, con 5 nodi di vento per quasi tutto il Golfo del Leone, fino a quando s’è spostato e l’ho attraversato. Lunghi bordi quasi a perdere pur di

farmi vento apparente e riesco a passare sotto alle Baleari per agganciare il flusso sempre più potente che mi porterà ad Albora per spararmi fuori a cerbottana da Gibilterra. Devo ringraziare Range Global Service e l’organizzazione di GSC se oggi, per la prima volta, navigo con una connessione satellitare che mi permette di scambiare qualche mail, chiamate di emergenza e, figata pazzesca, di scaricare i dati meteo. Ho vento e pressione aggiornati ogni 12 ore e previsioni a 5 giorni. Mi hanno spedito tutta l’attrezzatura a noleggio mensile per una spesa contenuta, due sim e traffico dati illimitato. Un altro mondo. Il mio intuito marinaro mi avrebbe portato a navigare a nord delle Baleari, invece i grib mi hanno guidato a sud. Sarei rimasto piantato due giorni in attesa della nuova sbruffata di Mistrale in arrivo, invece aggancio il binario sud e con un bordo unico passo tutte le Baleari. Penso alla prateria di posidonia di Formentera, una tipologia di parco marino che in Italia esiste solo per nome. La posidonia ossigena il mare, qui, se dai ancora nel posto sbagliato in mezzora arriva la vedetta e ti salassa. Attento a dove la butti, ti dicono! Tiro dritto e inizio la serie di strambate fino ad Albora. Il vento aumenta di giorno in giorno e son arrivato a navigare con seconda mano e trinchetta. Aumenta ancora e le previsioni confermano. Ero quasi in Algeria, mi riporto verso la Spagna, alcune raffiche iniziano a superare i 35 nodi, punto il ridosso di Malaga sotto costa, armo la terza mano alla randa e riprendo il largo.

Inverno, andatura portante, vento sostenuto, le 2 ritenute del boma rinviate in pozzetto: non è l’oceano del sud, ma l’idea è quella, anche se le onde sono più piccole. Sono a mio agio. Con la terza mano alla randa e trinchetta la barca è equilibrata e il pilota automatico lavora bene. Potrei ancora ridurre vela terzarolando la trinchetta e trasformarla in una tormentina. Questa sarebbe la mia configurazione per navigare nella tempesta. Oltre questo limite iniziano le opzioni di sopravvivenza. La soluzione più semplice è ammainare la vela di prua e restare con sola randa: metto la barca con vento in poppa sventando la prua, cazzo la scotta della trinchetta al massimo e libero la drizza. La vela mi cade praticamente sul ponte e la vado a legare a salame in falchetta, lasciandola ingarrocciata pronta a tornar su. Il passo successivo è ammainare anche la randa e restare a secco di vele o, se necessario, fuggire i frangenti, riarmo la tormentina.

Uso vele robuste, costruite da Doyle Italia in tessuto HydraNet con taglio radiale. La randa ha una prima mano di terzaroli ridotta, la seconda abbondante e con un foro passante per la borosa che scende al boma in modo che, quando la cazzo, trattiene la porzione di vela ammainata piegata a fisarmonica, stratagemma copiato da Skip Novak. La terza mano è praticamente una randa di cappa che riduce la superficie al 25%.

Su tratte portanti lunghe e con mare formato, mi capita di navigare leggermente sotto invelato, non tanto per il comfort ma piuttosto per alleggerire il lavoro del pilota automatico idraulico Raymarine. Ne ho installati due che agiscono su una apposita biella ovale. Uno tira e l’altro spinge, posso decidere con un deviatore elettrico se usarne uno, l’altro o entrambe in coppia. Un gran sollievo per il pilota che arranca. Gli attuatori sono collegati alla biella con uno sgancio rapido che mi permette di operare senza attrezzi. Solitamente ne uso uno e un paio di volte all’anno li alterno perché possano invecchiare insieme. In regata, li scollego entrambe per regalare al timoniere quella leggerezza e sensibilità che merita.

E’ inverno e a sera accendo il riscaldamento, una caldaietta a gasolio Webasto installata in modo molto semplice, con una unica dorsale di distribuzione rettilinea per il massimo dell’efficienza e due bocchette in quadrato che garantiscono il tepore di tutta la barca. Ci sono poi ancora due bocchette nel bagno e nell’antibagno che creano un volume ben riscaldato dove appendere le cerate ad asciugare.

Le fonti di energia a bordo sono multiple: 230w di pannelli solari, 400w di eolico, valori nominali ben lontani dalla realtà. Un generatore di emergenza da 2kw e due alternatori installati sul motore principale. Elemento mancante, che installerò, è un idrogeneratore, direi indispensabile per riuscire a mantenere la carica delle batterie senza ricorrere al contributo di generatore e caricabatterie.

Sono arrivato allo Stretto di Gibilterra, unico passaggio impegnativo del viaggio. Raffiche oltre i 40 nodi, notte senza luna, molte navi intorno a me. Mi metto con le vele a farfalla e prendo in mano il timone. Il binocolo al collo, in una tasca il gps e nell’altra il vhf con cui allerto le navi: “do you see me? My intentions are to keep course and speed, under sails, maneuvering, eventually, will take time. Please keep me on eye.” Dico perentorio alla radio. Il mio modo gentile di chiedere acqua, a cui solitamente seguono risposte rassicuranti.

Esco dallo Stretto a cerbottana, dopo circa 4 ore al timone surfando a 16 nodi e decido di andarmi a ridossare dietro il capo di Tangeri, mi metto alla cappa e dormo alcune ore fino all’alba.

Riparto senza toccar manovra per attraversare il golfo di Cadice, e poi su a nord verso Cascais. Piano piano sbriglio le vele, il vento è calato e restando sotto costa il mare si appiattisce. Arrivo con tutta vela e code0 il giorno seguente. 1670 miglia percorse in 10 giorni.

E’ stato un bell’allenamento, sia io che la barca non abbiamo avuto problemi e penso che ripeterò l’esperienza il prossimo inverno, su una nuova rotta però!

A maggio riporterò la barca a Imperia a tappe e con equipaggio in condivisione di spese.

L’estate qualche noleggio crociera e Sailng Camp per i ragazzi della scuola vela YCIM per finanziere questa grande passione e poi via, pronto a ripartire per una nuova avventura.